DEL GERGO E DEL VINO

Come tante volte: tacere. Usare tattica.
Se ti chiedono: “Con cosa apri?”, mandar giù
– no, tuttavia no il vino, ma solo la risposta:
“Del moscatello…?”
Provare una grappa, una cuvée, coda ovina,
i vini spillati
e poi autodisciplina. Rimanere vicino
ai tramezzini (se vengono, mangiare), in silenzio.
I vecchi epiteti – buon vino, bel vino, amabile -:
come bestemmie di una spia nella sua lingua materna.
E quelli specialistici come corposo, leggero, acido,
mortalmente pericolosi per chi
già quasi non sente sapore, addirittura una leggera vertigine.

Rimane: bere, sgobbare. Le parole-jolly.
E’ lo stesso, invece di leggere un libro, solo sfogliarlo,
pianificare un giorno, la prossima volta
– in altra compagnia, tra altre pareti –
di dire poi “bel vino”, meditando
o accennando, alzandolo con approvazione verso la luce:
“Va bene”.

Tutto cio non vale la pena. La prossima volta,
in altra compagnia, tra altre pareti
non parlerai un’altra lingua. Chiederanno
a chi somiglia. Lo alzeranno verso la luce.
Chiacchiereranno. Cingueterranno. Piccoli cuscinetti rotondi
le sue articolazioni gireranno in cerchio. Allora
tacerai. Userai tattica. Ingoierai:
“Va bene”.

Imreh Andras, poeta ungherese, “Il gergo che non parliamo”

DEL GERGO E DEL VINOultima modifica: 2005-05-13T15:52:49+02:00da samizdat@v
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento